La critica

Giorgio Cortenova, Luigi Serravalli, Vittoria Ribezzi, Tilly Meazzi, Sergio Molinari



Elena Gollini

Mi affascina il modo in cui Giovanna Da Por priva le sue immagini da quel tanto di sensibilismo a cui sarebbe stato facile cedere. Invece Giovanna taglia via decisa, stilizza senza inutili dolcezze, ha in mente metafore ma ha negli occhi l’amore per una geometria che sintetizza, accorcia le distanze, fa vibrare scintille d’energia laddove potrebbero penetrare merletti decorativi. L’opera “Attrazione fatale” è singolare e decisa nelle forme. La figura femminile possiede quel trattenuto dinamismo che ne contraddistingue le forme e che ben si addice anche alle dimensioni minimali del francobollo cui è stata destinata. Mi sollecita ricordi epifanici quel ventre di caverna modernisticamente tradotta in blocchi squadrati ma irregolari. Si tratta peraltro di una femminilità in bilico sulla soglia di conquiste che però potrebbero tradursi in omologazione e al tempo stesso di apparenti cedimenti che potrebbero significare un recupero di energie nuove: come se dopo tanta corsa il corpo arcuato richiedesse di rifiatare e di meditare nuove ipotesi e strategie. Mi sorprende la capacità di costruire per simboli che non sono mai sovraesposti, mai invadenti e che vanno a comporre un universo pacatamente onirico, quale possiamo apprezzare in lavori come “Tempo”, “Domenica pollo”, “Genesis”, testimonianze di una sapienza operativa capace di diventare esplorazione quotidiana di tecniche tra loro dialettiche, di contrasti materici brillantemente risolti, in una crescita “avventurosa” vissuta con quell’autenticità espressiva che da sempre riconosco in Giovanna. Mi ha sollecitato a scrivere questo breve ma sincero commento la continuità creativa dell’artista, quella sua riuscita scommessa d’innestare i ritmi quotidiani in quelli simbolici e metaforici di un sogno: perché è cosa nota che basterebbe un sogno a dare un senso alla vita.
Giorgio Cortenova

Giovanna Da Por Sulligi, nata e cresciuta a Bolzano, ha avvertito i sensi complessi di una cultura mistilingue. Rapporti diversificati, radici lontane, elementi mediterranei e mitteleuropei. Suggestioni che lavorano sull'immaginario come pulsioni perenni e ineludibili. Gelosa del suo habitat mentale, intesa a dipanare la matassa delle sedimentazioni storiche, religiose, folkloriche, paesaggistiche del suo luogo di origine, piuttosto che correre verso gli "ismi" del momento internazionale. È un mondo vasto, introspettivo, che forse non tutti pensano valga la pena di analizzare e che, invece, porta a delle riflessioni costanti che sono visibili negli artisti migliori altoatesini delle tre lingue fino a raggiungere delle scoperte operative delle quali ci sembra la Da Por Sulligi sia sensore attenta, pronta a privilegiare questo suo referente. Forse solo nelle ultime cose, che si avvicinano a certo astrattismo, la Da Por Sulligi intende istituire un nuovo dialogo fra l'artista e la tela, dove i residui della cultura locale tendono a scomparire di fronte a problemi interiori che si allontanano dalle consuetudini. E questa una strada che forse la Nostra percorrerà in seguito senza però - pensiamo - dimenticare i luoghi delle sue precedenti esperienze che sono quelle di operazioni su muri, supporti lignei, vetrate o tele dove riecheggiano, nel discorso anche personale, le ricche pulsioni della storia locale, del vivere delle comunità di queste valli.
Luigi Serravalli

Ogni quadro ad encausto di Giovanna Sulligi racconta una storia incompiuta, è il tentativo di dipanare stati d'animo e pensieri senza risposta, perché, chi conosce il futuro?
Pensieri che prendono forme oggettive, isolati dal contorno, ma che rimangono pur sempre velati, ora pesanti come pietre, ora leggeri e trasparenti, impigliati alla trama del fondo che ne rallenta il moto, sfruttando al massimo il peso dei colori più che la resa prospettica. Qui tutto è significante, le cornici finestre aprono una dimensione mentale su forme pietrificate che non possono dare risposta perché il dramma e già accaduto.
Sono le paure ecologiche espresse dalla distruzione del rapporto uomo natura della Daphne che compie la sua metamorfosi pietrificandosi anziché diventare albero,degli animali ormai “meccanici feticci di un mondo di cavalieri di latta e di pietra”. I colori luminosi ottenuti con le terre da affresco e le ascetiche composizioni pietrose di relitti di navi città o i coloratissimi vuoti monasteri tibetani alla deriva  sono il suo modo di  esprimere i resti di un’umanità che scivola su guerre e  distruzioni.
E così queste forme che “le scappano dalle mani” illudono l’osservatore distratto che crede di trovarsi in un mondo armonico, perché è nell’indifferenza del rituale quotidiano che l’uomo consuma senza accorgersi le tragedie di oggi e di domani.
Vittoria Ribezzi

C'è nei lavori di Giovanna Sulligi una miticità in latenza, un attraversamento trasversale di significati, una concentrata affluenza di messaggi piegati alla spazialità compositiva, che emanano un senso figurale del mondo totalmente avvolto nell'immaginario estetico.
Ma riannodando segnali e significati, la nostra attualità non è poi così assente come potrebbe apparire. Un senso storico del "ritorno" e di "esemplarità" fa sì che in un travaso alchemico di simbologie troviamo le paure, ecologiche e belliche, le intuizioni inventive, le ritualità sociali del nostro tempo.
Quadri allora come duplicità dell'essere velo e svelo. La metafora di una pittura tutta per gli occhi si trova quindi all'interno della pittura stessa, che si dipinge come volto bendato ma che si fa guardare.
Tilly Meazzi